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sabato 18 maggio 2013

QUANDO PAPÀ SI ARRABBIA

Davanti alla rabbia e alle urla dei genitori, i bambini si sentono impotenti.
Ecco una favola per aiutarli a sdrammatizzare e ad ipotizzare nuove soluzioni per ridurre i comportamenti aggressivi degli adulti


Nella mia cucina abita un’allegra famiglia di pentole.
La mamma è una padella antiaderente, il papà una pentola a pressione e insieme hanno avuto una nidiata di cuccioli: pentolini per le uova, bricchi per scaldare il latte e perfino una schiscetta dove tenere il pranzo riscaldato.

Io li osservo quando si ritrovano tutti insieme nel lavello, per il bagno quotidiano. I bambini giocano: si schizzano tra loro o fanno gli scherzi a qualche bicchiere che è lì a fare il bagno. Mamma e papà parlano del futuro, fanno progetti per le vacanze, discorrono della scuola dei loro figli.

Ogni tanto però papà si arrabbia e allora, pesante com’è, scivola sui piattini della frutta, tutti pieni di sapone e si mette ad urlare. Io non mi spavento, perché anche il mio papà urlava, quando ero piccola. Ma i pentolini iniziano a tremare: la più piccola si mette addirittura a piange e se mamma padella, fa per consolarla, il papà si arrabbia ancora di più. Una volta ha urlato talmente forte che ha rotto una tazzina da caffè. Io allora mi sono fatta venire un’idea: sentite qui.

Ho fatto un risotto buonissimo, con lo zafferano con la pentola a pressione, e quando era pronto, l’ho portato dalla mia vicina di casa. “Assaggiane un po’,” le ho detto , strizzandole l’occhio e lei ha capito subito, perché io le parlo sempre della famiglia di pentole che abita nella mia cucina. Poi sono tornata a casa mia e ho chiamato tutte le pentole: “Ragazzi,” ho detto. “Mentre papà è dalla signora Rosa, facciamo un piano.”

“Ma cosa possiamo fare?” piagnucolava un pentolino da frittata, che quando sente urlare papà, si mette sempre a piangere.
“Facciamo così, la prossima volta che papà urla, ci penso io. Voi però non dovete piangere né spaventarvi: dovete solo fare finta di non sentirlo.”

Non abbiamo dovuto aspettare molto, perché quella stessa sera, dopo essere tornato a casa, papà era molto nervoso e ha cominciato a muoversi nel lavandino e stava già iniziando ad urlare, quando io ho detto: “Mi sembra di sentire uno strano rumore: poi ho aperto il rubinetto e l’ho riempito prima di sapone per i piatti e poi d’acqua.”

Adesso la pentola mi guardava con sospetto, ma non riusciva proprio a spostarsi.
“Chi si arrabbia troppo,” ho detto io, “rischia di farsi male da solo..”
Da quella volta papà pentola a pressione non ha smesso di arrabbiarsi, ma ogni volta che io me ne accorgo gli riempio la pancia d’acqua insaponata e lui vi posso assicurare che lui urla molto meno.

sabato 11 maggio 2013

NON LITIGATE DAVANTI A ME

Capita che i genitori litighino. Non c'è nulla di strano. Eppure ai bambini da molto fastidio vedere due persone a cui vogliono bene, mentre si scontrano o si aggrediscono.
Forse è possibile rimandare i momenti di lite, quando i bambini non sono presenti. Per noi può essere una semplice litigata, che passa. Per loro, può rappresentare più facilmente un dispiacere.


Un pescespada maschio aveva sposato una bellissima pescespada femmina e avevano avuto 11 piccoli pescetti con una bella spada al posto del naso.

Erano una bella famiglia e stavano bene insieme, ma come tutte le famiglie del mondo, ogni tanto gli capitava di litigare e di arrabbiarsi.

I piccoli si facevano i dispetti tra loro e quando succedeva si arrabbiavano e piangevano. 
Ogni tanto anche mamma e papà litigavano. 
Quelli erano i momenti più brutti, perché quando sentivano papà urlare e mamma strillare i pesciolini scappavano a nascondersi tra le alghe e dietro i sassolini sul fondo del mare.

Quel giorno la mamma era infuriata. 
Papà Pescespada aveva dimenticato non so più cosa e lei urlava come un pesce Squalo.

I piccoli si erano nascosti dietro l’armadio della sala e tremavano dalla paura, ma stavano bene attenti a non perdere neanche una parola di quella lite. 
“È stata tutta colpa tua..” urlava la mamma. 
“No, tua.” Gridava papà. E avanti così per un sacco di tempo.
Poi finalmente avevano smesso.

“Che è successo qui?” chiese la mamma entrando in sala. 
I piccoli si guardarono intorno. Il bel divano color verde acqua era tutto rovinato come se ci fosse saltato sopra un bambino con le forbici al posto delle mani..
“CHI È STATO?” Gridò papà.

Allora il più grande degli 11 fratellini, senza farsi spaventare, rispose: “Siete stai voi due: urlavate come balene e noi qui giù a sentire le vostre urla, non ci siamo accorti che con le nostre spade di pesce, abbiamo tagliuzzato tutto il divano.”
“E anche le tende,” disse un altro.
“E pure la tovaglia..” disse l’ultimo nato.

Da quel giorno papà e mamma Pescespada hanno imparato la lezione e quando vogliono litigare, se ne vanno dove l’acqua è profonda e urlano e gridano e i loro piccoli sono molto più contenti.

sabato 4 maggio 2013

LA MANINA MALEDUCATA

Imparare le regole della buona educazione, può diventare un gioco da fare insieme ai bambini. 
Solo così sarà facile aiutarli a capire l'importanza del gioco e del loro ruolo, nell'educazione


C’era una volta un bambino che aveva una mano capricciosa e un po’ disubbidiente.

Quando stavano a tavola, la mano voleva andare sotto il tavolo ad osservare la situazione, cercare le briciole cadute sulla sedia o giocare coi soldatini.
Allora la mamma si arrabbiava.
“Le mani sulla tavola..” diceva la mamma, e la mano di quel bambino subito correva sulla tavola.
“Io non ci posso fare niente, mamma.” Diceva il bambino: “È la mano che non ubbidisce.”

Quando poi un maccherone non voleva salire sulla forchetta, la manina subito aiutava il maccherone, ma la mamma si arrabbiava.
“Fuori le mani dal piatto..” urlava; “Usa il pane per spingere,” e la mano di quel bambino subito prendeva un pezzo di pane e aiutava il maccherone a salire sulla forchetta.

E quando arrivava il dolce? Una volta la mamma aveva fatto una torta buonissima con fragole e panna montata. La manina – che oltre ad essere disubbidiente, era molto golosa – aveva fatto una riga nella panna montata e se l’aveva fatta assaggiare al bambino.
“Che fai?!?!” aveva urlato la mamma.
“Non sono io,” disse il bambino: “È stata la mia mano: che colpa ne io, se lei non ubbidisce??”

Papà non diceva niente, ma osservava la scena in silenzio. 
Quando vide che il bambino si era messo un dito nel naso, disse alla mamma: “Il nostro bambino ha ragione, quella mano è proprio maleducata. E lui si prende sempre la colpa. Diamole una bella punizione..”
“A chi?” chiese il bambino che aveva ascoltato tutto e si era tolto veloce la mano dal naso.
“Alla mano,” disse papà. “La vorrei legare alla gamba del tavolo, così smette di andarsene in giro a fare tutto quello che le pare e piace.”

“E io?” chiese il bambino. “Vorrei uscire a giocare a palla, andare a fare un giro in bici, guardare un cartone, disegnare..”
“Hai proprio ragione, tesoro.” Disse papà. “Ma come puoi ben capire quella mano è troppo disubbidiente. Vedrai che dopo essere rimasta in castigo 5 o 6 giorni si comporta come si deve.”
“5 o 6 giorni??” Chiese il bambino.
“Se bastano: altrimenti 10, 20, 50…”

A quel bambino venne il mal di mare.

“E se la convinco a comportarsi bene?” Chiese a papà.
“Beh, in questo caso potremmo liberarla subito.”
E quel bambino riuscì in un baleno a convincere la sua manina a diventare educata.

sabato 27 aprile 2013

SE NON MI REGALI LE TUA PUNTE, NON SEI MIO AMICO

Capita che un bambino cerchi di ottenere un oggetto che gli piace, da un altro, giocando su un malinteso senso di amicizia.. è importante aiutare i bambini a comprendere la differenza tra essere amici e non esserlo


C’era  una volta un piccolo porcospino che andava a spasso nel prato. 
Si sentiva solo e aveva voglia di incontrare un nuovo amico. 
Stava proprio pensando a questo quando vide passargli davanti un topolino bianco.

“Ehi, dove corri?” Chiese il porcospino.

“Vado a caccia di cibo.. Vuoi venire ad aiutarmi?”

“No grazie, io sono in cerca di amici. Vuoi diventare mio amico?” chiese il piccolo porcospino.

Ma il topo lo guardava incuriosito. “Che strano cappotto appuntito hai,” disse il topo.

“Non è un cappotto:  sono le mie punte. Mi servono per difendermi.”

“Beato, te.” Disse il topino. “Come mi farebbero comodo quelle punte. Non è che me ne puoi dare qualcuna?”

“Mi spiace,” rispose il porcospino. “Dovrei staccarle dalla schiena: mi farebbe male e poi ... non potrei più riattaccarle.”

“Allora non so che farmene di te,” rispose il topino maleducato e scappò via.

Non vi dico come rimase male il piccolo porcospino. Ma non si perse d’animo e continuò a cercare.

Dopo un po’ vide il topino che era in piedi su due zampe e cercava di mangiare un fragolina che pendeva dal ramo.

“Caro porcospino, amico mio. Vieni qui, vieni ad aiutarmi.”

“Mi spiace topino, ma chi mi cerca solo perché vuole qualcosa da me, non si merita la mia amicizia,” e corse a cercare nuovi amici.

sabato 20 aprile 2013

IO DORMO ATTACCATO ALLA MIA MAMMA

Dormire nel lettone, attaccati alla mamma, sentendo il suo profumo e il suo respiro, rappresenta un grande piacere per il piccolo. Il nostro obiettivo però è portarli a dormire nel loro letto: significa diventare più grandi e più indipendenti. E ci permette anche di dormire meglio e riposare di più.


Nonna Berta  vive in una casetta sul lago: la sua camera è la stanza più bella della casa. Qui non c’è la televisione ma un grande camino e la nonna ama guardare il fuoco prima di addormentarsi; quando vengo a trovarla, voglio sempre dormire nel lettone con lei. 
Allora nonna Berta, mi racconta sempre la storia della pianta di edera.La volete sentire anche voi?

C’era una volta una piantina di edera che si arrampicava dal giardino, dove aveva le sue radici, lungo il muro della casa e saliva, saliva, ogni giorno un pezzettino. 

Di giorno si sentiva forte e coraggiosa, ma di notte aveva un po’ paura del buio e freddo e ben presto si accorse che vicino a lei cresceva una bella pianta di ortensia dai fiori viola Allora la piantina d’edera si avvicinò all'ortensia e ogni notte si portava un po’ più vicina.

Al inizio – bisogna dirlo – dormivano bene tutti e due: la piantina d’edera sentiva la terra morbida e la grande chioma fogliuta della pianta; l’ortensia da parte sua si sentiva abbracciare da quella piantina dalle foglie tenere ed era contenta.

Ma più passavano i giorni, più la situazione peggiorava. L’edera diventava grande e forte: l’ortensia non aveva più lo spazio che le serviva per riposare e dormire bene.

Quando il contadino se ne accorse, svolse pian piano l’edera dalla pianta di ortensia e spostò le sue foglie: adesso basta, le disse il contadino. Se  continui ad arrotolarti sull'ortensia non la lasci respirare. Vai invece sul muro della mia casa e proteggilo dal caldo con le tue foglie verdi.

E l’edera? Le prime notti, vi dico la verità, si sentiva triste e le mancava il profumo e il calore dell’ortensia. 
Ma dalla terza notte, si sdraiò bella larga su quel muro forte e sentì che stava diventando grande.

sabato 13 aprile 2013

QUANDO LA MIA MAESTRA E' ANDATA VIA....

Nei casi in cui la maestra lascia il suo posto per ragioni di salute, nel caso di una gravidanza, per un pensionamento o un cambio di lavoro, il bambino avverte in modo forte il cambiamento. A volte rifiuta la scuola o il nido. 
Ma cambiare è una condizione vitale. Starà ai genitori riuscire a fargli capire che non deve essere spaventato: al contrario. Le novità possono nascondere sorprese interessanti e impreviste.


A casa di Luca, quando viene la notte e i bambini vanno a dormire, i giocattoli si svegliano e vanno tutti sotto al letto. Qui c’è l’asilo dei giocattoli, dove possono stare insieme e divertirsi.
La loro maestra è bravissima: si chiama Oca Brontolona.

Brontola un po’, è vero; ma non sempre e poi ride e fa delle uova buonissime al cioccolato. Conosce tante canzoni e si inventa dei giochi divertenti per i cuccioli di giocattoli.

I pattini a rotelle, la bambola di pezza e il trenino vogliono sempre andare al asilo per incontrare la loro maestra.

Una sera però – quando arrivano sotto al letto – scoprono che l’Oca Brontolona non c’è più, si è rotta una zampa e adesso è in camera di papà che la sta aggiustando. 
E noi con chi stiamo? Chiedono i cuccioli.
“Con il maestro Dino.”

Mamma mia! Che brutto avere un dinosauro per maestro. Dino non è come l’Oca Brontolona: lui sta zitto e non ride mai. E soprattutto non prende in braccio i giocattoli quando sono tristi.
“Mamma, non voglio andare al asilo dei giocattoli,” dice il trenino.”Il maestro Dino non è simpatico. Voglio l’Oca Brontolona: non mi fa correre e se faccio le scivolate, mi mette in castigo.”

La mamma però porta lo stesso.
Il trenino è triste: il maestro si siede vicino a lui e gli chiede che cosa succede. 
Così il trenino gli racconta che sente la mancanza dell’Oca e di tutti i giochi che facevano insieme.

“Ma io posso fare giochi molto più belli,” dice il Dinosauro e senza neanche aspettare un attimo con la sua lunga coda, disegna sposta il tappeto della camera e compone piccole montagne e colline. 
“È  bellissimo,” dice il trenino e inizia a correre su e giù per quelle montagne..

“Sono felice,” dice quel giorno alla mamma. 
Poi vorrebbe raccontarle delle corse che ha fatto sul tappeto. 
Ma è così stanco, che si addormenta di colpo.


sabato 6 aprile 2013

SONO ARRIVATI I PIDOCCHI

Molto diffusi, nelle scuole materne e primarie: i pidocchi.
Alcuni bambini si vergognano di dicharare di averli, temendo di essere presi in giro. Eppure può capitare. A volte insegnare ai bambini a ridere su quanto ci accade, è la migliore forma di educazione alla vita

Fido, il cane di zia Clementina è molto triste. Sul suo pelo biondo abita una famiglia di pidocchi: mamma, papà, nonno e nonna; e 157 cucciolini che saltano e corrono tutto il giorno.
Il povero cane salta e si gratta con le zampe in continuazione, per sconfiggere quel terribile prurito.
“Fermo Fido: non fare così..” gli dice zia Clementina. “Adesso arrivano le mie amiche a bere il te. Mi diranno: il tuo cane è pidocchioso; non fa che grattarsi.”
Il povero cane non sa che fare: la famiglia di pidocchi non sta ferma un attimo e lui non può nemmeno grattarsi.
Aspetta un attimo, pensa Fido: mi è venuta una bella idea. Prende la ricorsa e si tuffa in una pozza di fango.. gli schizzi saltano da tutte le parti e il pelo si riempie di fango.
“Aiuto… “ urlano i pidocchi. “Che succede? Il terremoto. Fermo, fermo, per carità.”
Mamma pidocchia è la più preoccupata: “Mi si rompono tutti i piatti, i bicchieri, le porcellane.” Ma Fido, non si lascia commuovere e continua a saltare e a rotolarsi nel fango. “Basta, andiamocene,” urla mamma Pidocchia, mettendo in valigia quei pochi piatti ancora interi.
“Fermo Fido,” urla zia Clementina. “Non ti lascio più entrare in casa, se sei così scatenato.”
Ma Fido non da retta a nessuno: si è liberato in un colpo solo dei pidocchi e di quella noiosa di zia Clementina, e adesso va a fare un bel bagno nel fiume.